Milano A Ufo

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The Lion King: Il Leone si è Addormentato

Quando scendo alla fermata di Sant’Agostino, nella mia Milano, lascio fare il primo passo alla mia infanzia. È lei che ha pagato il biglietto, è lei che mi ha fatto scendere dal letto questa mattina ed è lei che mi ha trascinato qui nonostante il caldo di Luglio. Mi ha preso per mano e mi tira come un bambino davanti alla vetrina di un negozio di dolci, comprami questo. Io lo ascolto, perchè in fondo sono ancora un po’ così e quando ho saputo del Live Action del Re Leone io non ci ho creduto, come non credevo negli altri remake, ma negli occhi della mia infanzia la speranza c’era ancora.
La mia speranza per questo film ha 9 anni, l’età che avevo quando sono andato al cinema a vedere il Re Leone, l’età che avevo quando, a scuola, abbiamo organizzato lo spettacolo dedicato al “felino” film d’animazione Disney.

Io ero Pumbaa, già da allora avevo un destino, la mia infanzia si ricorda ancora benissimo quando mi lanciavo dal banco a terra quando arrivava la mia battuta di Hakuna Matata “In libertààààà” con la mia voce profonda.
Il rimbombo dei muri dell’aula quando le mie chiappe toccavano terra faceva ridere tutta la classe, e me con loro.
Anche grazie a quel film, la mia vita è stata senza pensieri e la piccola man, sudaticcia per l’emozione, che stringe la mia me lo ricorda. Eccoci, urla la mia infanzia, mentre comincia a giocare con quella del mio amico Loris all’entrata del Cinema.
Ci accreditiamo e ci sediamo, le infanzie di tutti i giornalisti in sala si azzuffano sotto schermo, anche se non si potrebbe. Nessuno le richiama, a cercare bene ci sono anche quelle delle maschere.
Quando il film comincia le mie dita sono blu, mi volto nel posto libero alla mia destra è c’è un bimbo di nove anni paffutello che mi stritola e guarda lo schermo senza spostare lo sguardo, il film continua, continua e continua.
Mano a mano che i frame passano la presa si lascia andare, non sento più la mano della mia infanzia, non c’è niente. Anche sullo schermo, non c’è niente.
Niente espressioni, niente coreografie, un documentario doppiato.
Allora, nella folla di autori dentro di me, fa a spintonate il critico, non quello che parla male di tutto, ma colui che critica con ragione, magari positivamente, magari no, ma l’importante è che ora lui sia lì, questo non era un film per quel bimbo di nove anni.

Non c’è molto da fare, la mia Milano lo ulula da fuori, il caldo mattutino fa bollire l’asfalto trasformandolo in un cimitero di elefanti e io, in quel cinema, mi trovo di fronte al pericolo. Io rido in faccia a l pericolo, il pericolo di valutare un film con le emozioni di un bimbo di nove anni e non per ciò che ho di fronte.
Quel brivido, quello che mi è salito lungo la schiena, perchè l’ho sentito? Per l’alta qualità del rendering del pelo del Leone o perchè oltre due decenni fa un film d’animazione ha cambiato la storia del cinema e adesso mi trovo davanti al suo remake?
L’emozione, da dove arriva? È quello che mi chiedo mentre mi rendo conto che “Sarò Re”, la mia canzone preferita cantata da Scar non c’è, no, anzi, c’è ma è letta come una filastrocca e tutto lo charme di uno dei villain più ieratici della Disney è scomparsa, il piccolo gesto dell’artiglio strisciato come un passo di danza non c’è, niente coreografia, niente di niente.
Il fotorealismo non si amalgama con una fiaba. Io lo chiamo effetto “Mrs Brick

Avete presente la dolce Mrs Brick de la Bella e la Bestia? Ecco, è una caraffa di porcellana, finché la disegni non c’è problema a farla sorridere, a far diventare la porcellana plastica e morbida in modo che simuli le espressioni, no? Non ci vuole nulla.
Ora immaginatevi un team creativo che deve animare qualcosa che non può cambiare forma, come un orologio, una caraffa o il volto di un leone. Cosa hanno pensato? Di far cambiare forma ai disegni sopra la porcellana. Risultato? Un film horror che di magico non ha niente se non la parcella dello psichiatra ogni settimana.
Ed è quello che i miei occhi stanno vedendo, un documentario doppiato, come quello dell’HoneyBadger su youyube, cercatelo. Un documentario dove non accade niente di irreale, dove la magia dei colori, dell influenze dall’arte africana, dove le nuvole a forma di leone, sono asportate chirurgicamente.

Cosa rimane? Un bambino di nove anni deluso in una città grigia.
Beh, ma Milano almeno è sempre grigia.

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