Il Rituale del bullismo

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Il Rituale del bullismo

Non ho mai fatto a botte con nessuno.
O meglio, non ho mai picchiato nessuno. Forse qualche pizzicotto ai miei fratelli, ma niente di più.
E per fortuna non ne ho mai neanche prese tante, di botte. Qualcuna da parte di mia madre – erano i tempi in cui dar qualche scapaccione era tanto innocente quanto doveroso –, e ancora forse qualche pizzicotto da parte dei miei fratelli.
Ma c’è stata una volta, una volta soltanto, in cui le prevaricazioni che ogni tanto subivo dai miei coetanei – non sono mai stato il ragazzino figo, anzi per anni sono stato la mammoletta balbuziente, lo sfigato – si sono trasformate in un vero e proprio assalto: un piccolo grande trauma che oggi non mi fa sopportare le persone prepotenti, né nella vita privata, né sul lavoro, né in politica.
L’inizio di questo trauma, come tante cose orribili, ha un inizio incantevole, da sogno. Immaginate un grande parco condominiale con prati verdi, giostrine, una fontanella, delle vasche di sabbia (che col tempo sarebbero diventate enormi lettiere per gatti della zona) e perfino un albero di ciliegio che tra marzo e aprile diventava una splendida nuvola bianca. E aggiungete a questo quadretto dei bambini di un’età compresa tra i sette e gli undici anni che in una sera di fine giugno, quando c’è luce anche dopo cena, decidono di giocare a nascondino.
Come scegliere chi farà tana? Semplice, con una gara di corsa, propone Emanuela (nome di fantasia, ma quello vero neanche lo ricordo), la più grande del gruppo, che il prossimo anno già andrà in seconda media – praticamente un’adulta.

Il piccolo Paolo, che è una mammoletta piuttosto lenta nella corsa (a trent’anni scoprirà di avere un difetto cardiaco congenito, ma questa è un’altra storia), arriva ultimo. Quindi fa tana.
Ci mette un po’, ma non così tanto perché la luce si trasformi del tutto in oscurità, ma alla fine trova tutti, e la saggia Emanuela propone di giocare ancora. Di nuovo, per decidere chi farà tana, si correrà.
Paolo nota che gli altri parlottano fra sé, ma non ci fa più di tanto caso. Si dice che dovrà impegnarsi di più, perlomeno per non essere sempre l’ultimo del gruppo.
E, miracolosamente, ce la fa. Arriva penultimo, non un grande risultato, ma abbastanza per non ritrovarsi di nuovo a fare tana.
Ma alt! Sarai sempre tu a fare tana, sancisce Emanuela da dietro i suoi occhiali dalla spessa montatura nera. E perché mai? Ma come perché, non vedi? Noialtri ci siamo tutti tenuti per mano, quindi siamo arrivati primi, e tu secondo, cioè ultimo.
Paolo vorrebbe protestare, e forse qualcosa balbetta pure. Ma più che altro sente un grande caldo nella testa, e zitto si rimette a fare tana… ma è troppo, troppo da sopportare, così quatto quatto si avvia verso il portoncino rosso che conduce alla sua scala.
Ecco però che qualcuno lo nota, forse proprio Emanuela. Stavi andando via, vero? No, no, stavo solo cercando da questa parte, mente lui avvampando per la vergogna. Non ti credo… ragazzi, prendetelo, bisogna dargli una punizione, perché non è così che si fa.

E così il piccolo Paolo si ritrova circondato, bloccato per braccia e gambe e sottoposto a un rituale: ciascuno dei circa dieci, tra ragazzini e ragazzine, dovrà dargli un pugno, uno schiaffo, un calcio, quello che vuole. Ma è giusto, perché Paolo ha tradito lo spirito del gioco. E non si fa, no, non si fa.
Paolo quella sera piange, sua madre scende in cortile per sgridare gli altri bambini, e lui in cortile non ci scenderà mai più, preferendo giocare a una molto più tranquilla Amiga 500. Vuoi mettere?
Oggi, quasi trent’anni dopo, devo dire che non amo molto i giochi, ma che comunque di quei giorni in cortile ricordo il profumo dell’erba, le altalene e il grande, bellissimo ciliegio, bello come i tanto che avrei poi ammirato in Giappone.
Ma i prepotenti, quelli no, non li perdonerò mai.

Testi di Paolo Valentino

1 comment

  1. Raul Londra
     —  Rispondi

    Semplice e impattante. Si capisce fin troppo bene col senno di poi. Purtroppo magari da bambini non ci si rende conto dei danni che si possono fare attraverso il bullismo. Da adolescenti credo si dovrebbe avere più consapevolezza e tuttavia, oltre che condannare il bullismo in sé, bisognerebbe che facesse qualcosa anche chi lo nota (genitori, insegnanti, altre figure di riferimento). Invece spesso si liquida tutto con un’alzata di spalle e un “so’ ragazzi”. E poi, mio personale parere, il bullo non è da giustificare, altrimenti possiamo poi giustificare ogni cosa. E a questo proposito mi torna in mente un video di Yotobi di ormai 5 anni fa, del suo format “Mostarda. “Canis canem edit” parlava appunto di bullismo e, pur in maniera ironica, comunque metteva sotto gli occhi di tanta gente il bullismo, cosa che spesso la gente ignora.
    Per parte mia, direi che bisogna avere la forza di parlare di queste cose e confidarsi, ma non sempre si è tanto coraggiosi per paura delle ritorsioni e a questo proposito servono figure che garantiscano che episodi come quello descritto non si verifichino ancora e ancora e ancora. Inoltre bisogna educare la gente e farle capire quanto l’ignorare questo fenomeno sia sbagliato. Sarà dura ma bisogna provarci.

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